Con la vittoria de Il caso Spotlight come Miglior Film, il trionfo di Mad Max: Fury Road e la definitiva conquista della statuetta da parte Di Caprio, si è conclusa anche per quest’anno la kermesse cinematografica più attesa da pubblico e critica.
Ma quali sono i cortometraggi che si sono aggiudicati l’ambito premio? Tre sono le categorie che li vedono protagonisti e che anche per questa edizione hanno visto nominate opere di elevata qualità, sia a livello tecnico che contenutistico.

Per la categoria Miglior cortometraggio documentario, a vincere è stato il lavoro dalla regista Sharmeen Obaid-Chinoy, A Girl In The River: The Price Of Forgiveness. La storia rappresentata è quella di Saba Qaiser, una ragazza pachistana che, rea di aver sposato l’uomo di cui era innamorata anziché quello prescelto dai familiari, è stata fucilata e gettata in un fiume dal padre e dallo zio. Miracolosamente sopravvissuta, è stata salvata da un medico che le ha ricostruito parte del volto sfigurato dallo sparo. Nonostante la gravità del fatto, la pressione esercitata dalla comunità nei suoi confronti, è stata tale da costringerla a perdonare pubblicamente i suoi aguzzini e quindi, secondo quanto previsto dalla legge, consentire loro di uscire di prigione.
Quella di Saba è soltanto una delle tante atroci vicende che vedono protagoniste le donne pachistane, in migliaia ogni anno torturate e uccise in nome della “legge d’onore” dai loro stessi padri, fratelli e mariti. Con questo corto la regista (già premio Oscar nel 2012 per il documentario Saving Face), ha voluto denunciare apertamente tali orrori, con la speranza di aprire un dibattito. Il taglio che ha voluto dare al suo lavoro è ben preciso: la critica non è all’Islam ma alla manipolazione della legge e della religione da parte degli uomini, la cui cecità appare come il male più spaventoso. “L’impatto di questa storia è tremendo: il fatto che possa salvare delle vite per me è il premio più grande”, così la Obaid-Chinoy ha commentato la sua vittoria, portatrice indubbiamente di un valore sociale.

 

A vincere invece nella categoria Miglior cortometraggio è stata l’opera dell’irlandese Benjamin Cleary, Stutterer. Il corto parla di un ragazzo balbuziente che dopo mesi di chiacchiere on-line, si ritrova a dover affrontare la sua più grande paura: incontrare la sua nuova “lei” di persona. Se da un lato il protagonista presenta evidenti difficoltà di linguaggio, dall’altro la sua “voce interna” si dimostra molto eloquente. Il funzionale espediente del voice-over rivela un umorismo ed un’autoironia inedite del personaggio, e stempera in qualche modo i toni drammatici che avvolgono la vicenda e che incoraggiano lo sguardo compassionevole dello spettatore. L’espressività degli occhi del protagonista e l’incalzante colonna sonora che ne ricalca le emozioni, sono la combinazione vincente di questo corto, girato, scritto, montato e auto-finanziato dall’appena 32enne Cleary (che per raccogliere i fondi necessari ha dovuto subaffittare la sua camera e lavorare al ristorante). Un vero indie alla volta di Hollywood.

 

È stato infine Bear Story, corto del cileno Gabriel Osorio a vincere la statuetta come Miglior cortometraggio d’animazione. Realizzato in CGI, vede come protagonista un vecchio orso solitario che intrattiene i passanti con un diorama meccanico da lui costruito, che racconta la storia della sua vita. Le immagini, che si susseguono accompagnate da un’efficace melodia di carillon, narrano una vicenda drammatica, vagamente ispirata alla vita del nonno del regista (costretto a lasciare il Cile in giovane età): l’orso viene infatti catturato, deportato in un circo e obbligato ad abbandonare la sua famiglia. L’Academy ha indubbiamente premiato il valore emozionale di questo cortometraggio – ad onor del vero non tra i più benfatti a livello grafico – la cui poesia però ha saputo toccare le corde di tutti.